CORONAVIRUS. SE LA FEDE VA IN CENERE

Il 26 febbraio con il “mercoledì delle ceneri” ha avuto inizio la Quaresima. Il ricordo dei quaranta giorni di Gesù nel deserto. Lontano dal mondo, tentato dal diavolo, provato nella fame e nella sete.

Il figlio di Dio preferì rinunciare a regni e troni, propostigli da Satana piuttosto che cedere alla tentazione.  La “tentazione” di vivere “terrenamente”. Lui, che veniva dal Cielo. Il paradiso che vedremo solo nell’incontro col Creatore.

Stranamente, anche in questi giorni sentiamo ripetere il “quaranta” con riferimento alla “quarantena”, il tempo di auto isolamento a cui devono sottoporsi le persone potenzialmente contagiate dal coronavirus. Il nuovo coronavirus, arrivato dalla Cina con furore. Prima silenzioso poi impetuoso. La paura è stata trasmessa subito dalla tv a reti unificate con speciali che davano una città lombarda come un lazzaretto.

I consigli degli esperti per evitare il contagio: lavate frequentemente le mani, indossate la mascherina se siete malati o assistete malati, starnutire all’interno del braccio e così via. Un sito apposito, un numero verde, medici di base presi d’assalto. Non si può restare calmi se sei anziano o casalinga e nel tentativo di distrarti dalla quotidianità volevi aprire il piccolo schermo. Non avevi via di fuga, o Coronavirus o nulla. O il panico o spegni lo schermo.

E la Chiesa? Sta mantenendo l’invito alla calma, a fidarsi di Dio? A non temere, ma a pregare ed abbandonarsi alla protezione divina? Qual è la posizione ecclesiale in questo momento?

Il 26 febbraio mi sono recata anch’io in parrocchia per la classica imposizione delle ceneri sul capo. Si arriva allo scambio della pace tra i fedeli. Il parroco lo vieta, suggerendo di scambiarci una guardata benevola: “Dobbiamo adottare delle opportune norme igieniche per il momento che stiamo vivendo onde evitare che ci contagiamo, anche la Chiesa si è adeguata”. E vabbè … passiamo all’eucaristia. “Sarà distribuita esclusivamente in mano! E’ vietato da parte nostra darla in bocca. E’ un vettore di trasmissione virale” quindi, secondo il prelato, meglio evitare di ammalarci tutti, ci troviamo in un luogo a rischio, più a rischio ancora dei centri commerciali dove si concentrano centinaia di persone e con lunghe fila alle casse.

Resto sbalordita. Mi astengo dal ricevere il sacramento ed attendo la fine della celebrazione per parlargli. Gli dico che, per motivi personali, mi astengo dal toccare il corpo di Cristo e preferisco allora la comunione spirituale piuttosto che prenderla in mano e portarmela alla bocca. Anche quando due anni fa cadde per terra al sacerdote, che stava porgendomela sulla lingua, risposi che non l’avrei raccolta. Mi sento peccatrice da non essere degna di prendere il Figlio di Dio come si prende un tarallo o un grissino. E’ del resto la Chiesa ad avere precisato questo punto: “il fedele si accosta normalmente all’eucaristia in forma processionale e si comunica in piedi con devozione, oppure in ginocchio, come stabilito dalla Conferenza episcopale, ricevendo il sacramento in bocca o, dove è permesso, sulla mano (Ordinamento Generale del Messale Romano, 160-161).

Il parroco alle mie composte rimostranze mi risponde che presto queste disposizioni saranno stabilite definitivamente a tutela della nostra salute per un fatto igienico-sanitario e bisognerà pertanto adeguarsi.

Ora.  Immaginate, per un momento di essere invitati a casa di persone di cui avete stima. Vi fa piacere recarvi da loro per ascoltare qualche loro parola, per intrattenervi ad ascoltarli. Come pensate che reagirebbero se vi presentaste con la mascherina al naso ed alla bocca ed i guanti usa e getta? O se nel passarvi una pietanza vi verrebbe da dire: scusami ma non posso accettare quanto mi offri, potrebbe essere inquinato e potrei ammalarmi, poi vi disinfettate le posate che vi offre ed infine vi mettete pure ad una distanza di sicurezza.  Non penso che come ospiti ci fareste una gran bella figura. Tanto vale rimanere nelle vostre case, giusto per non offendere il padrone della casa che ha avuto il pensiero di invitarvi sempre e, se quel sempre, vuol dire da piccoli, la cosa è ancora più grave. Se ci rechiamo in chiesa, temendo un contagio, vuol dire che non crediamo che è il Dio dei viventi, ma dei morti (Mc 12,18-27).

Vi pare che Dio invita i suoi figli nella sua casa per contagiarli? E non è forse ciò che esce dalla bocca ad inquinare e non quello che vi entra? (Matteo, cap.15, verso 11).

Il povero grida e Dio lo ascolta (Salmo 33), dunque se Dio è vivo perché non dovrebbe proteggere il suo popolo? Tanto più che ci raduna la domenica in casa sua per averne gioia? La fede non è più forte di un batterio? E non si chiama forse “Credo” perché “crediamo” quindi ci “fidiamo? E se agiamo per dire “si esiste Dio, ma faccio come dice l’Io!” Non è forse allora una distanza minima con il superstizioso che dice: “Non è vero ma ci credo?” Non è forse l’eucaristia, il pane degli angeli, l’ostia divina, il farmaco eucaristico, il nutrimento dell’anima? Possibile che il dono fattoci da Gesù nell’ultima cena possa essere considerato veicolo di contagio? E, sarebbe forse questa la fede dell’abbandono, del fidarsi di Dio, del fare la sua volontà, di pregarlo affinché si prenda cura delle sue pecore (o caproni per come viviamo?). E’ coronafollia.

Seguendo questa linea tra non molto ci ritroveremo con l’eucaristia distribuita in “comode e pratiche” bustine rigorosamente riciclabili perché siamo in una società “ecologica ed ambientalista”. E, per non scontentare nessuno, visto il modernismo intrapreso, si potrebbe prevedere pure di darla al gusto di cappuccino o di menta. Alla fine, mi accorgo che è la delusione che ricevi periodicamente da qualche persona, quando ti accorgi che dei due, l’amico eri tu. Vogliamo chiamarla fede dei tempi? Penso che Dio Padre si farebbe una bella risata, aggiungendo: “E che fede!”. Siamo dei falliti su questa terra e ci atteggiamo a vincitori.

La Chiesa deve rassicurare i suoi figli, mostrargli la consolazione, la forza e la pace, non, favorire la confusione di un mondo che vive nella baldoria. Non può la Chiesa diventare Politica. Ma, distinguersi con il suo messaggio, con la “buona novella” che è sempre attuale, anche 2020 anni dopo. Cosa stiamo diventando se ogni volta che c’è un fenomeno o un cambiamento ci adeguiamo snaturando la fede? Non è rinunciando al nostro presepe che convertiremo chi non è cattolico, non si tutela la salute se mortifichiamo ciò che viene da Dio: l’anima, non è evitando la fratellanza di uno scambio della pace che ci salveremo dall’influenza, se poi ti rechi sui mezzi pubblici e vai al lavoro o nel grande supermercato per le offerte commerciali. Non c’è posto più sicuro della Casa del Signore!  E’ lì che hanno trovato riparo prigionieri di guerra ed ebrei, malati di peste o di lebbra. Siamo cristiani e dobbiamo crederci. Se non ci crediamo evitiamo almeno di offendere Dio, pensando che il suo corpo ci possa contagiare. L’unico contagio da cui non c’è vaccino è preferire l’Io a Dio: “Io sono!”

 

 

 

 

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